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Rinunciare… a cosa?

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Ho sentito qualcuno dire: “La religione sta nella rinuncia e la rinuncia è una disciplina severa ed esigente”.

Quando ho sentito questo, ho ricordato un episodio della mia infanzia. Mi trovavo ad un picnic di compleanno sulla riva di un fiume. Il fiume era piccolo ma con una vasta distesa di sabbia. Sulla riva sabbiosa c’erano molti ciottoli variegati. Mi sentivo come se fossi incappato in un tesoro.

Alla sera avevo raccolto talmente tanti ciottoli che non era possibile portarli a casa con me. Mi sono venute le lacrime agli occhi quando ho dovuto abbandonarli lì mentre me ne andavo. E sono rimasto sorpreso nel vedere la mancanza di interesse dei miei compagni in quei ciottoli.

Quel giorno i miei compagni mi apparvero come grandi rinuncianti. Quando ci penso oggi, so che non si può parlare di rinuncia una volta conosciute le pietre per quello che sono.

La rinuncia non è un fare; non è qualcosa da fare, succede e basta. È un risultato naturale della conoscenza. L’indulgenza è meccanica: anche quello non è un fare, è un risultato naturale dell’ignoranza.

Quindi, l’idea che la rinuncia sia un compito difficile e arduo non ha senso. In primo luogo non è un atto, è un risultato. In secondo luogo, nella rinuncia ciò che apparentemente si abbandona non vale nulla, mentre ciò che si ottiene è inestimabile.

In effetti, la rinuncia in quanto tale non esiste, perché otteniamo immensamente più di ciò a cui stiamo rinunciando. La realtà è che abbandoniamo la nostra schiavitù, ma otteniamo la liberazione; gettiamo via solo conchiglie ma riceviamo diamanti; abbandoniamo solo la morte ma raggiungiamo l’immortalità; lasciamo solo le tenebre ma raggiungiamo la luce – eterna e infinita.

Dov’è allora la rinuncia? Non lasciare nulla e ricevere tutto non può essere chiamato rinuncia.

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