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Rinunciare non è reprimere

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In questo articolo vorrei fare chiarezza su uno dei concetti più fraintesi e male interpretati da chi si incammina su un percorso spirituale: la rinuncia. Molte persone interpretano la rinuncia come un’intransigente privazione di qualsiasi tipo di piacere, dal palato al sesso fino ad arrivare alla vita sociale. Questa non è rinuncia bensì repressione e le emozioni represse non si distruggono, come molti pensano, ma si trasformano in altre cose e quasi sempre si tratta di patologie. Chi si dà all’ascetismo o al semplice bigottismo, imponendosi rigide regole di comportamento e di privazione, non sta affatto rinunciando al mondo, in realtà è il mondo che sta rinunciando a lui.

La vera rinuncia consiste nel continuare a godere dei piaceri che la vita offre ma senza sviluppare attaccamento verso di essi, con la consapevolezza che si tratta di cose transitorie in modo che, quando quel particolare piacere finirà, non ne sarò coinvolto emotivamente: non avrò di che soffrire. Facciamo un esempio. Supponiamo che conosco una persona con la quale mi trovo in sintonia e inizio una relazione romantica con questa persona. L’individuo non consapevole soffrirà inevitabilmente nel caso in cui questa persona dovesse allontanarsi da lui o lei. L’uomo o la donna consapevoli invece, che praticano correttamente la rinuncia ovvero il non attaccamento, godranno serenamente della relazione per tutta la sua durata e, quando questa terminerà, non ne soffriranno minimamente. Chi è spiritualmente evoluto non ha vuoti dentro, quei vuoti che solitamente si tende a riempire con l’attaccamento agli oggetti esterni, quindi godrà di tutto ciò che la vita offre senza sviluppare legami morbosi che generano inevitabilmente sofferenza nel momento in cui si spezzano. Questa è la vera rinuncia: godere delle cose e delle persone senza sentirsi legati ad esse.

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