Esperienze pre-morte e il Libro Tibetano

Le esperienze pre-morte, come siamo abituati a concepirle oggi, si possono ricondurre alla conoscenza esoterica antica?

A un certo punto tra l’VIII e il XIV secolo, i monaci tibetani hanno creato un documento conosciuto in Occidente come il “Libro tibetano dei morti”. Delinea diverse fasi dell’esistenza post mortem: queste fasi sono dette bardi.

Come spesso accade negli scritti religiosi, il libro è altamente formalizzato, con fasi successive ordinate in gruppi di sette e che si dice durino per un numero specifico di giorni.

Lasciando da parte queste elaborazioni, l’essenza della narrazione è che nella morte le persone sperimentano la “luminosità” o ‘la luce risplendente dell’Essere.’ Se riconoscono questa luce come proprio Sé superiore, si fonderanno con esso ed eviteranno incarnazioni successive.

Molte persone , con evoluzione spirituale insufficiente, avranno una serie di visioni, sia positive che negative, generate dalle loro menti ma percepite come oggettivamente reali. Si ritroveranno quindi completamente immerse in queste forme-pensiero, che riflettono le loro aspettative più profonde, paure e speranze, per tutto il tempo di separazione dal Sé superiore.

Se afflitti da immagini spaventose, i monaci consigliano di appellarsi a una divinità personale per liberarsi da pensieri preoccupanti. In una fase avanzata del processo, vengono portati davanti al Signore della Morte e sottoposti al giudizio guardando nello specchio del karma.

Come prima cosa, il libro consiglia di comprendere che la scena non è altro che una proiezione mentale; la maggior parte delle persone, tuttavia, non riesce a gestirla. Alla fine vengono trasportati sulla terra in una nuova incarnazione, ancora intrappolati nella ruota della rinascita.

Le esperienze pre-morte nella scienza olistica moderna

Bene. Supponiamo ora, a ragion veduta, che tutti gli elementi di cui sopra siano effettivamente corretti. Si conciliano con le osservazioni, la ricerca e le conoscenze esoteriche moderne? Penso di sì … e non è nemmeno così difficile.

Dopo la morte, una persona vede “una luce limpida”. Molti di coloro che hanno avuto esperienze pre-morte la definiscono come “Essere di luce”, a volte percepito letteralmente come “luce alla fine di un tunnel”. Come alcuni ricercatori hanno ipotizzato, questo Essere di luce è, in realtà, il proprio Sé superiore.

La maggior parte delle persone, tuttavia, la interpreterà erroneamente come Dio, cioè qualcosa al di fuori e distinto da se stessi: un errore fatale che impedisce loro di unirsi a quella luce. Proprio come suggerisce il Libro tibetano dei morti, essi si muovono in un regno di illusioni prodotte dalle loro menti subconscie.

Le influenze religiose nelle esperienze pre-morte

Le persone con un background nel cristianesimo o nell’induismo vedranno ambienti coerenti con l’immaginario cristiano o induista. Le persone che sono inconsciamente in difficoltà possono trovarsi un ambiente infernale, che possono eludere concentrandosi su una divinità personale.

La “revisione della vita” comune a molte esperienze pre-morte, descritta in termini Buddisti come scrutare nello specchio del karma, è un’altra esperienza illusoria, autogenerata. Si ricollega al fatto fatto che una persona, di solito, “vede ciò che vuol vedere e sentire”.

A questo stadio della coscienza, l’individuo non è consapevole del suo Sé superiore, delle sue anime gemelle o delle sue incarnazioni precedenti e future. Può o non può credere nella reincarnazione o in Dio. La sua conoscenza è parziale e congetturale. Vede ancora come attraverso un vetro scuro.

Il Sé superiore, temporaneamente separato dall’ego-persona, gode di un’esperienza diversa, come riportato da soggetti che hanno ricordato frammenti di vite precedenti con l’ipnosi o autoipnosi.

Anche senza avere un’esperienza di pre-morte, le persone possono incontrare altri piani di esistenza. Questo è il caso di molte esperienze extracorporee. Ben diverso è il caso il caso delle cosiddette “adduzioni” da parte di civiltà aliene che rappresentano un argomento a parte.

Il ruolo della mente nelle esperienze pre-morte

Gli scettici di esperienze di pre-morte, di medianità e di canalizzazione hanno ragione nell’evidenziare discrepanze, illogicità, lacune e pregiudizi culturali che emergono in questi casi. Ma hanno torto nell’assumere che i casi possano essere così spiegati in termini materialistici. Molte fenomenologie  di questo tipo contengono troppo materiale veridico.

La vera spiegazione è che le esperienze sono reali ma influenzate dai contenuti mentali dello sperimentatore: avventure reali in dimensioni sottili. Non dimentichiamo che, nelle dimensioni sottili, la “materializzazione” del pensiero è immediata.

Questi soggiorni in dimensioni sottili, secondo il Libro Tibetano dei Morti, hanno luogo al di sotto del livello evolutivo del Sé superiore. Su un piano intermedio dove l’esistenza postmortem è in gran parte dettata dai pregiudizi, dai condizionamenti e dalle limitazioni della mente.

Tale esistenza è una simulazione di realtà virtuale, abbastanza reale da essere pienamente immersiva e ampiamente condivisa, ma non abbastanza reale da inibire l’impulso animico che porta alla liberazione. La maggior parte delle persone che riferiscono di visitare l’aldilà ricorda questo tipo di esperienza.

Molti canalizzatori medianici esistono anche a questo livello. Le comunicazioni da entità di livello superiore sono più rare e più difficili da valutare o verificare, poiché in genere non hanno contenuti probatori. Angeli e spiriti guida potrebbero infatti essere semplici creazioni della mente inconscia per veicolare, con maggiore efficacia, conoscenze superiori o di natura intuitiva.

Conclusioni

Questo modo di guardare le cose può aiutare a mettere ordine nella raccolta disparata di case studio riportati come esperienze pre-morte, medianità, viaggi astrali, regressioni ipnotiche ed esperienze trascendentali, che hanno molti punti in comune, ma anche molte discrepanze.

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