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Il risveglio della Kundalini è un fenomeno psichico?

Quando chiedi: “È psichico?” la paura è che se è psichico è irreale. Lo psichico invece ha una sua realtà. Psichico significa un altro regno della realtà: il non materiale. Nella mente, realtà e materialità sono diventati sinonimi, ma non lo sono; la realtà è molto più grande della materialità. La materialità è solo una dimensione della realtà. Anche un sogno ha una sua realtà. È non materiale, ma non è irreale; è psichico, ma non prenderlo come irreale. È solo un’altra dimensione della realtà.

Anche un pensiero ha una sua realtà, anche se non è materiale. Ogni cosa ha la sua realtà e ci sono regni di realtà e gradi di realtà e diverse dimensioni di realtà. Ma nella nostra mente la materialità è diventata l’unica realtà, così quando diciamo “psichico”, quando diciamo “mentale”, la cosa viene condannata come irreale.

Sto dicendo che la kundalini è simbolica, è psichica; la realtà è psichica. Ma il simbolo è qualcosa che gli hai dato; non è insito in esso.

Il fenomeno è psichico. Qualcosa sale in te; c’è un aumento molto forte. Qualcosa va dal basso verso la tua mente. È una forte penetrazione; lo senti, ma ogni volta che lo vuoi esprimere, arriva un simbolo. Anche se inizi a capirlo, usi un simbolo. E non usi un simbolo solo quando esprimi il fenomeno agli altri: tu stesso non puoi capirlo senza un simbolo.

Quando diciamo “salire”, anche questo è un simbolo. Quando diciamo “quattro”, anche questo è un simbolo. Quando diciamo “su” e “giù”, questi sono simboli; in realtà niente è su e niente è giù. Nella realtà ci sono sentimenti esistenziali, ma nessun simbolo con cui capire ed esprimere questi sentimenti. Quindi quando capisci, entra in gioco una metafora. Dici: “È come un serpente”. Allora diventa proprio come un serpente. Assume la forma del tuo simbolo; comincia ad assomigliare alla tua concezione. Lo plasmi in un modello particolare, altrimenti non puoi capirlo.

Quando ti viene in mente che qualcosa ha iniziato ad aprirsi e a fiorire, dovrai concepire in qualche modo ciò che sta accadendo. Nel momento in cui entra il pensiero, il pensiero porta la sua categoria. Così dirai “fioritura”, dirai “apertura”, dirai “penetrazione”. La cosa stessa può essere compresa attraverso tante metafore. La metafora dipende da te, dipende dalla tua mente dalle tue esperienze di vita.

Tra duecento, trecento anni, è possibile che non ci siano più serpenti sulla terra, perché l’uomo uccide tutto ciò che gli risulta antagonista. Allora “serpente” sarà solo una parola storica, una parola nei libri; non sarà una realtà. Non è più una realtà per la maggior parte del mondo oggi. Allora la forza sarà persa; la bellezza non ci sarà. Il simbolo sarà morto e dovrai concepire la kundalini in un modo nuovo.

Potrebbe diventare un’ondata di elettricità. “Elettricità” sarà più congeniale, più appropriato di “serpente”. Può diventare proprio come un jet che va verso l’alto, un razzo che va verso lo spazio. La velocità sarà più appropriata; sarà come un jet. Se puoi sentirlo, e tutta la tua mente può concepirlo come un jet, diventerà proprio come un jet. La realtà è qualcos’altro, ma la metafora è data da te; l’hai scelta a causa delle tue esperienze, perché è significativa per te.

Poiché lo yoga si è sviluppato in una società agricola, ha simboli agricoli: un fiore, un serpente, eccetera – ma sono solo simboli. Buddha non ha mai parlato di kundalini, ma se lo avesse fatto, non avrebbe parlato del potere del serpente; nemmeno Mahavira ne avrebbe parlato. Venivano da famiglie nobili: i simboli che erano congeniali ad altre persone non lo erano per loro. Usarono altri simboli.

Buddha e Mahavira provenivano da palazzi principeschi. Il serpente non era una realtà lì. Ma per i contadini era una grande realtà, non si poteva non conoscerlo. Ed era anche pericoloso; bisognava esserne consapevoli. Ma per Buddha e Mahavira non era affatto una realtà.

Buddha non poteva parlare di serpenti; parlava di fiori. I fiori erano noti a lui, più noti a lui che a chiunque altro. Aveva visto molti fiori. Quindi la fioritura era una realtà per lui in un modo in cui non lo è per noi. Poi, quando arrivò alla sua realizzazione, ne parlò come di un processo di fiori, fioritura e apertura. La realtà è qualcos’altro, ma la metafora viene da Buddha.

Queste metafore non sono irreali, non sono solo poesia. Corrispondono alla tua natura; tu appartieni a loro, loro appartengono a te. La negazione dei simboli si è dimostrata drastica e pericolosa. Hai negato tutto ciò che non è materialmente reale, e i rituali e i simboli si sono presi la loro rivincita; tornano di nuovo, si fanno strada. Sono lì nei tuoi vestiti, nelle chiese, nelle poesie, nelle tue azioni. I simboli avranno la loro vendetta, torneranno. Non possono essere negati perché appartengono alla tua natura.

La mente umana non può pensare in termini relativi, puramente astratti. Non può. La realtà non può essere concepita in termini di pura matematica: possiamo concepirla solo in simboli. La connessione con i simboli è fondamentale per il carattere umano. Infatti, è solo la mente umana che crea simboli; gli animali non possono crearli.

Un simbolo è un’immagine vivente. Ogni volta che accade qualcosa di interiore devi usare simboli esteriori. Ogni volta che inizi a sentire qualcosa, il simbolo arriva automaticamente, e nel momento in cui il simbolo arriva la forza si modella in quel particolare simbolo. In questo modo, la kundalini diventa proprio come un serpente: diventa un serpente. La sentirai e la vedrai, e sarà ancora più viva di un serpente vivo. Sentirai la kundalini come un serpente perché non puoi sentire un’astrazione. Non puoi!

Abbiamo creato icone di Dio perché non possiamo percepire un’astrazione. Dio diventerebbe privo di significato come un’astrazione; diventerebbe solo matematico. Sappiamo che la parola Dio non è Dio, ma dobbiamo usare la parola. La parola è un simbolo. Sappiamo che la parola dio è un simbolo, un termine, e non effettivamente Dio, ma dobbiamo usarla. E questo è il paradosso: quando sai che qualcosa non è un fatto, ma sai anche che non è una finzione, che è una necessità, e una necessità reale, allora devi trascendere il simbolo. Allora devi essere oltre, e devi conoscere anche l’oltre.

Ma la mente non può concepire l’oltre, e la mente è l’unico strumento che hai. Attraverso di essa, ogni concezione deve arrivare a te. Così sentirai il simbolo: diventerà reale. E per un’altra persona un altro simbolo può diventare reale come il tuo simbolo lo è diventato per te; allora c’è controversia. Per ogni persona il suo simbolo è autentico, reale. Ma noi siamo ossessionati dalla realtà concreta. Deve essere reale per noi, altrimenti non può essere reale.

Possiamo dire: “Questo telefonino è reale”, perché è reale per tutti noi; ha una realtà oggettiva. Ma lo yoga si occupa della realtà soggettiva. La realtà soggettiva non è reale come la realtà oggettiva, ma è reale a modo suo.

L’ossessione dell’obiettivo deve sparire. La realtà soggettiva è reale come la realtà oggettiva, ma nel momento in cui la concepisci, le dai una fragranza tutta tua. Le dai un nome tutto tuo, le dai una metafora tutta tua. E questo modo di percepirla è destinato ad essere individuale: anche se qualcuno sperimenta la stessa cosa, le registrazioni saranno diverse. Anche due serpenti saranno diversi, perché la metafora è venuta da due individui diversi.

Quindi questa metafora – che la sensazione di kundalini è come il movimento di un serpente -è solo simbolica, ma corrisponde alla realtà. Lo stesso movimento è lì; il movimento sottile, proprio come un serpente, è lì. La forza è lì, l’aspetto dorato è lì — e tutto questo corrisponde al simbolo del serpente. Quindi se quel simbolo ti è congeniale, va bene.

Ma potrebbe non esserti congeniale; quindi non dire mai a nessuno che quello che è successo a te è destinato a succedere a lui. Non dirlo mai a nessuno. Può essere, o può non essere. Il simbolo è appropriato per te, potrebbe non esserlo per lui. Se questo può essere compreso, non c’è motivo di dissenso.

Le differenze sono nate a causa dei simboli. Un Maometto non può concepire il simbolo di un Buddha. È impossibile! Gli ambienti dei due erano così diversi. Anche la parola dio può essere un peso se non è concepita come un simbolo che corrisponde alla tua individualità.

Per esempio, Maometto non poteva concepire Dio come compassione. La compassione non esisteva da nessuna parte nel suo ambiente. Tutto era così terrificante, così pericoloso, che Dio doveva essere concepito diversamente. Passando da un paese all’altro, massacrando, la gente nell’ambiente di Maometto non poteva concepire un Dio che non fosse crudele. Un Dio non crudele, un Dio compassionevole, sarebbe stato irreale per loro perché il concetto non avrebbe corrisposto alla loro realtà.

Per un indù, Dio è visto attraverso l’ambiente. La natura è bella, il suolo è fertile; la razza è profondamente radicata nella terra. Tutto scorre, e scorre in una particolare direzione e il movimento è molto lento, proprio come il Gange. Non è terrificante e pericoloso. Quindi il dio indù è destinato ad essere un Krishna, che danza e suona il suo flauto. Questa immagine viene dall’ambiente, dalla mente razziale e dalle sue esperienze.

Tutto ciò che è soggettivo è destinato ad essere tradotto, ma qualsiasi nome e simbolo gli diamo non è irreale. È reale per noi. Quindi bisogna difendere il proprio simbolo, ma non bisogna imporre il proprio simbolo agli altri. Si deve dire: “Anche se tutti gli altri sono contro questo simbolo, a me è congeniale; mi viene naturale e spontaneo. Dio viene a me in questo modo; non so come viene agli altri”.

Quindi ci sono stati molti modi per indicare queste cose, migliaia e migliaia di modi. Ma quando dico che è soggettivo, psichico, non voglio dire che è solo un nome. Non è solo un nome: per te è una realtà. Ti arriva in questo modo e non può arrivarti altrimenti. Se non confondiamo la materialità con la realtà e non confondiamo l’oggettività con la realtà, allora tutto diventerà chiaro. Ma se le confondi, allora le cose diventano difficili da capire.

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